giovedì 9 luglio 2015

Uggiano (la Chiesa) e il cacio ricotta

Cinque o sei giorni di Salento.

Giorno uno: l'arrivo, la spesa e le capre.
Da persone previdenti che ne hanno visti di negozietti dove il sapone costa cinque euro e la spugna per i piatti cinque e cinquanta, ci fermiamo al centro commerciale di Cavallino. 
Facciamo rifornimento di tutto, o quasi. Ci diciamo: "I formaggini e il pane li compriamo lì, saranno sicuramente più buoni". 
Il nostro lì è Santa Cesarea Terme: quattro case tinteggiate in colori pastello a picco sul mare. 
Chiediamo alla ragazza che gestisce il residence dove comprare due formaggi, un pezzo di pane. 
Non lo sa. È presa dalle formiche. 
Dalle due formiche che girano nel pavimento del salotto. 
Ma lascia perdere le formiche! Dicci piuttosto se avete un mercato! "Il mercato c'è ma solo la mattina, credo". 
Interviene a questo punto la donna delle pulizie, anche lei piuttosto in fissa con le formiche: "Non capisco come possano piacere le formiche. Io le odio". 
Tra una formica e l'altra ci dice anche che un suo amico lavora al mercato, non ha il numero però ce l'ha su facebook. 
Non importa, rassicuriamo le due ammazza formiche e ci avventuriamo in cerca del mercato. 
Ci perdiamo. 
Ammiriamo il paesaggio. 
Ci perdiamo. 
Abbiamo peccato di ubris, diciamo. Dovevamo prendere tutto al centro commerciale il Cavallino, sospiriamo. 
Prodotti tipici, leggiamo su un cartello sbiadito in una strada che sembra il far west. 
Inchiodiamo. 
Siamo a Uggiano. Uggiano la Chiesa.
Nella strada di Uggiano una signora ci saluta come se ci conoscesse e io vorrei che il mio copri costume fosse più lungo. 
"I prodotti tipici sono i capperi e i lampascioni sott'olio ma adesso non ce li abbiamo, né capperi né lampascioni, perché stiamo facendo i lavori", ci dice il gestore della bottega. 
"Noi stiamo cercando dei formaggi". 
"Sì", dice lui, "destra, dritto e sinistra". 
Seguiamo le indicazioni e troviamo delle capre. 



Suoniamo e attraverso la porta in ferro e vetro sentiamo abbaiare. Una signora con gli occhi celesti ci apre. 
"Morde?", chiediamo con un sorriso. 
"No, il mio cane è un cane vecchio. Va così". 
Il cane vecchio è un bassotto fifone che non appena ci vede corre a nascondersi.
La signora con gli cocchi azzurri ci fa vedere i formaggi, meglio, il formaggio, il cacio ricotta, presentato nei suoi diversi gradi di stagionatura. 
Noi scegliamo quello non stagionato, sotto espresso consiglio della signora. 
Dopo il cacio ricotta non stagionato, fresco, ci mancano solo i taralli.
Chiediamo, ci perdiamo, ammiriamo il paesaggio, ci  perdiamo. 
A Otranto, come per magia, i taralli appaiono. 
Taralli misti per tutti i gusti. 



Il marito lascia scegliere me, mentre va a fare rifornimento di acqua. 
"Hai preso quelli alle rape?" mi chiede una volta saliti in macchina.
Ovviamente no.
Tutti ma non quelli alle rape e al peperoncino.
Ho preso quelli alle olive, all'olio di oliva, al sesamo e al finocchietto. Non quelli alle rape.
I nostri gusti differiscono anche nella scelta del tarallo.
Tuttavia abbiamo vinto. 
La ubris premia sempre, quasi sempre.
Viva la ubris.

Come ci siamo mangiati il cacio ricotta? E come vuoi mangiartelo... così. 
Con i pomodori, i cetrioli, l'insalata e i taralli.



(A breve sul blog anche la ricetta dell'ultima sera, dove il marito ha dato al cacio ricotta una collocazione più complessa e appetitosa. Stay tuned!)

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